Bucarest è la città dell’urbanistica promiscua: palazzi liberty, bizantini, ottomani, tardo rinascimentali, barocchi, e blocchi brutalisti di stampo sovietico si susseguono senza soluzione di continuità. Nel mezzo, tanti edifici fatiscenti abbandonati, che perdono letteralmente pezzi senza alcuna messa in sicurezza. Ad avvisarti cartelli altrettanto precari, a volte scritti a penna. Non vedo errori.

A ogni angolo della città ti sorge una domanda, e la risposta sta nella Storia di un Paese ancora ferito da occupazioni straniere, terremoti, bombardamenti e dittature.

A illuminare il tutto, il volto di Nadia Comaneci, vero simbolo di riscatto collettivo.

Anche qui le solite trovate artefatte turistiche instagrammabili, come il vicolo ricoperto da ombrelli colorati. Anche basta con sta porcheria. Sti ombrelli sbiadiscono, sporcano, fanno effetto serra e, dopo un po’, puzzano pure. Ma che vi ha fatto il cielo?

In una strada in zona streetart, nei pressi di via Arthur Verona, c’è una statua “pro-vita” di Atwood memoria: una donna incinta regge un infante, che con un bastone di ferro trafigge un serpente-mostro indefinito. Non ho approfondito, ma potrebbe risalire all’epoca della bustadipiscio Ceaușescu, quando le donne erano obbligate ad avere almeno tre, quattro, poi cinque figli.




Bucarest è ricca di chiese ortodosse ricoperte e decorate da fogli d’oro che bastano a illuminare qualsiasi angolo. Pure quello del tuo inconscio.

La presenza di polizia è massiccia. Tutto fuorché rassicurante.
Il Castello di Bran (quello di Dracula) è ‘una cacata pazzesca’. Purtroppo non ci sono tour in Transilvania che lo escludono, ma potete sempre decidere di evitarlo e rimanere a Brașov, che è molto fica e c’ha la Miss delle chiese gotiche, la Chiesa Nera.



Al Museo Nazionale d’Arte Rumena mi sono innamorata di Aurel Popp, artista contemporaneo quasi fumettistico: corpi esagerati, dinamici, potenti, tratti drammatici su colori pastello. Suggestiva anche Nina Arbore, non è parente di quello della notte: amava dipingere donne con cani. Struggente.


Interessante anche l’impressionista Theodor Aman, che mi ha colpito per un pattern nei suoi dipinti di convivialità: due donne vicine, una si rivolge all’altra che però non se la fila di striscio. Praticamente uno spoiler pittorico sull’incomunicabilità contemporanea.

Sempre a Palazzo Reale ho scoperto il Nosadella, pittore italiano folgorante che non conoscevo. Grazie Bucarest.

La dieta alimentare rumena è decisamente proteica e sa sempre di cipolla, come la vita mia.
Com’è la gente autoctona? Dal cuore grande. Per una serie di motivi, a un certo punto mi sono ritrovata nel bagno pubblico di Brasov commossa e abbracciata all’addetta delle pulizie. Le ho anche dato un biglietto in cui le avevo scritto you are my angel, poi ho cancellato angel e scritto sister.

Molte parole della lingua rumena, neolatina, sono uguali al mio dialetto calabrese, tipo i giorni della settimana: luni, marti, miarcuri. Praticamente mi capivano meglio se parlavo in dialetto che in inglese. Impressive!





Il cimitero monumentale Bellu è davvero molto bellu.

Questo viaggio mi ha insegnato tante cose, ma soprattutto ho capito perché alla mia insegnante di danza classica, rumena, di fine anni ’80, le rodeva sempre il culo. Non era colpa della mia spaccata sbilenca.

