
Un paese di origine albanese, una lingua che attraversa i secoli e una storia di migrazioni e contaminazioni culturali. Caraffa di Catanzaro è una delle comunità arbëreshe della Calabria, un luogo da cui partire per interrogarsi sulle minoranze linguistiche e sull’identità calabrese.

Siamo a Caraffa di Catanzaro, in provincia di Catanzaro, a circa 358 metri sul livello del mare. Il paese conta circa 1.700 abitanti e in arbëreshë si chiama Garrafë.
Caraffa fa parte dell’Arbëria calabrese, l’insieme delle comunità di origine albanese che, nel corso dei secoli, hanno conservato e tramandato elementi della propria lingua e cultura.
Per conoscere Caraffa di Catanzaro significa quindi guardare oltre i confini del singolo paese e scoprire una storia che collega la Calabria ai Balcani e al Mediterraneo.



Gli Arbëreshë sono le comunità italo-albanesi insediate nell’Italia meridionale e insulare a partire soprattutto dal XV secolo. Le migrazioni dall’altra sponda dell’Adriatico e dello Ionio si intensificarono in un periodo segnato dall’avanzata ottomana nei Balcani. Gruppi di famiglie, militari e profughi raggiunsero i territori dell’Italia meridionale, allora in gran parte appartenenti al Regno di Napoli, dando origine a nuovi insediamenti.

La storia di queste migrazioni è legata anche alla figura di Giorgio Castriota Skanderbeg, condottiero albanese del Quattrocento che guidò la resistenza contro gli Ottomani. La sua figura è diventata un simbolo importante della memoria storica e dell’identità albanese e arbëreshe.
Gli insediamenti non nacquero tutti nello stesso momento e le vicende delle singole comunità sono differenti. Nel caso di Caraffa, le ricostruzioni storiche collegano la fondazione del paese alla presenza di gruppi albanesi giunti in Calabria nel XV secolo.
Nel tempo, le comunità arbëreshe hanno mantenuto alcuni tratti distintivi, adattandoli ai territori in cui si sono stabilite e intrecciandoli con le culture locali.


La Calabria è una delle regioni italiane con la più significativa presenza storica arbëreshe. Secondo l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura, circa 58.000 abitanti conservano l’uso della lingua albanese in 35 comuni calabresi: 27 in provincia di Cosenza, cinque in provincia di Catanzaro e tre in provincia di Crotone.
L’Arbëria non è una regione amministrativa ma una rete di comunità distribuite in diverse aree dell’Italia meridionale, tra cui Calabria, Sicilia, Puglia, Basilicata, Molise, Campania e Abruzzo. Ogni comunità presenta una storia specifica, legata ai percorsi migratori, ai rapporti con il territorio e alle trasformazioni sociali.
La presenza arbëreshe è dunque parte integrante della storia calabrese.

La lingua arbëreshe: una varietà dell’albanese
Uno dei principali elementi di continuità delle comunità arbëreshe è la lingua: l’arbëreshë è una varietà storica dell’albanese, appartenente al gruppo tosco, sviluppatasi e trasmessa in Italia nel corso dei secoli.
Le varietà locali non sono tutte identiche e possono presentare differenze nella pronuncia, nel lessico e negli usi.
In Italia, la legge 15 dicembre 1999, n. 482, riconosce e tutela le minoranze linguistiche storiche, comprese quelle di lingua albanese.
La cultura arbëreshe non si esaurisce nella lingua. In molte comunità sono stati tramandati canti, costumi tradizionali, feste e pratiche religiose che testimoniano il rapporto con le proprie origini.
Una parte delle comunità arbëreshe conserva il rito bizantino, o rito greco-bizantino, all’interno della Chiesa cattolica. Non tutte le comunità, però, hanno mantenuto le stesse pratiche: la storia religiosa dell’Arbëria è articolata e presenta differenze territoriali.




(OFF TOPIC: A Caraffa ho visto per la prima volta una Madonna dei Sette Dolori, o Mater Dolorosa, trafitta da cinque pugnali anziché sette!)

(E anche la rappresentazione di NOSTRA SIGNORA DI CALABRIA, di cui ignoravo l’esistenza!)

La presenza arbëreshe non è l’unica testimonianza della pluralità linguistica calabrese. La regione ospita anche comunità legate ad altre lingue storiche: il greco di Calabria, o grecanico, e l’occitano.
La comunità grecanica è concentrata soprattutto nell’area meridionale dell’Aspromonte, nella provincia di Reggio Calabria. In centri come Bova, Gallicianò e Roghudi si conserva la memoria di una lingua e di una cultura legate alla lunga presenza greca nella regione. Le origini e l’evoluzione del grecanico sono oggetto di studi linguistici e storici, e la sua trasmissione è oggi una questione centrale per la tutela di questa minoranza (ogni anno un’associazione del luogo organizza corsi intensivi per imparare il grecanico e mantenerlo così in vita)
L’occitano, invece, è presente a Guardia Piemontese in provincia di Cosenza (sì quella di Guardia 82 di Brunori Sas!). La comunità discende da gruppi valdesi provenienti dal Piemonte, insediatisi in Calabria nel Medioevo. La loro storia è segnata anche dalle persecuzioni religiose del XVI secolo. Anche a Guardia Piemontese la lingua occitana è tuttora oggetto di iniziative di tutela e valorizzazione.

Le comunità arbëreshe, grecaniche e occitane ci ricordano che la storia culturale della Calabria non è uniforme. Lingue e culture diverse convivono nello stesso territorio e testimoniano percorsi di migrazione, radicamento e trasformazione.
Parlare di identità calabrese significa allora confrontarsi con una domanda: esiste un’identità unica e immutabile, oppure ciò che chiamiamo “essere calabresi” è il risultato di storie differentiincontri e contaminazioni?
Se la Calabria è fatta di lingue, migrazioni, culture diverse e contaminazioni, allora che cosa significa davvero essere calabresi?

